Il Mattarellum? Ebbe anche un altro padre, Lucio Magri

Della doppia paternità ha accennato Famiano Crucianelli in un convegno alla Camera,
un incontro dedicato alla presentazione
di due volumi sull’attività parlamentare di Magri

di Rodolfo Ruocco*

 

Sergio Mattarella e Lucio Magri si videro nel Transatlantico della Camera, davanti all’ingresso dell’aula, quasi di fronte alla sala di lettura, e lì raggiunsero la difficile intesa. Nacque il Mattarellum, la legge elettorale per il 75 per cento maggioritaria e per il 25 proporzionale, che durò fino al 2005, quando fu sostituita dal Porcellum (altro sistema con premio di maggioranza e soglie di sbarramento).

Erano i giorni successivi al 18 aprile del 1993. Giorni infuocati e drammatici. La Prima Repubblica stava cadendo sotto i colpi di Tangentopoli e a fatica stava sorgendo la Seconda, caricata di grandi speranze di palingenesi. Il referendum di Mario Segni aveva appena cancellato la legge elettorale proporzionale, sulla quale per quasi cinquant’anni si era retta la Prima Repubblica.

Dall’opinione pubblica spirava un fortissimo vento in favore di un rinnovamento politico. Grandi speranze erano riposte sulla “stagione” del sistema elettorale maggioritario e su quella dei sindaci (Rutelli a Roma, Bassolino a Napoli, Orlando a Palermo e Castellani a Torino).

Mattarella all’epoca era un deputato Dc, relatore del disegno di legge per mettere fine al proporzionale e varare un nuovo sistema maggioritario, un modello inedito per l’Italia repubblicana nata dalla resistenza anti fascista. Magri, invece, era allora capogruppo di Rifondazione comunista alla Camera. Erano due uomini molto diversi ma pronti al dialogo.

Le trattative tra le forze politiche furono difficili, ma rapide. Così il 4 agosto 1993 nacque il Mattarellum, come battezzò il vulcanico Giovanni Sartori, la nuova legge elettorale maggioritaria, latinizzando alla meglio il nome di Mattarella. La denominazione di Mattarellum, lanciata dal
professor Sartori in un articolo sul Corriere della Sera, ebbe grande fortuna e divenne di uso comune nel linguaggio giornalistico e politico.

Ora invece si scopre l’esistenza di due padri per il Mattarellum: l’attuale presidente della Repubblica e Magri, comunista irregolare, tra i fondatori del manifesto e del Pdup, scomparso alcuni anni fa. Il Mattarellum, in realtà, per metà è un Magrellum. Della doppia paternità del
Mattarellum ha accennato Famiano Crucianelli in un convegno alla Camera, un incontro dedicato alla presentazione di due volumi sull’attività parlamentare di Magri.

«Mattarella e Magri raggiunsero un punto di mediazione poi accettato da tutti», rivela Crucianelli, ex deputato del Pdup-Pci-Prc-Pds. Crucianelli ha parlato dopo Laura Boldrini, presidente della Camera, e alla presenza di Mattarella, da poco più di un mese nuovo capo dello stato. «Magri con quella legge voleva dare valore alle coalizioni programmatiche e non a quelle elettorali. Poi è finita in un modo diverso», osserva.
Gli obiettivi erano due con il sistema elettorale misto: assicurare stabilità ai governi con la quota maggioritaria (75 per cento dei seggi) e garantire la rappresentanza politica anche ai partiti minori con la parte proporzionale (25 per cento dei seggi).

Negli anni della Prima Repubblica la centralità politica del Parlamento era assoluta. Tutte le grandi decisioni politiche venivano prese alla Camera e al Senato e il sistema elettorale proporzionale rappresentava tutti, anche le minoranze più piccole. Non a caso anche il Mattarellum nacque da una travagliata discussione a Montecitorio.

Fino a Tangentopoli la credibilità dei partiti storici rinati nel 1945 dopo la dittatura fascista era forte, così il Parlamento era altrettanto autorevole. Poi il degrado della politica e dei partiti, in termini di incapacità di dare una risposta ai gravi problemi dell’Italia e alla corruzione pubblica, ha provocato un terremoto. È crollata la Prima Repubblica e ora anche la Seconda sta vivendo una lunga agonia. Il sistema maggioritario e leaderistico non è riuscito ad assicurare governi stabili, progresso economico e sociale.
La Seconda Repubblica, sorta all’insegna del bipolarismo e della netta distinzione tra maggioranza e opposizione, è dovuta invece ricorrere a governi di grande coalizione (esecutivi di “larghe intese” di Mario Monti ed Enrico Letta e di “piccole intese” con Matteo Renzi) per cercare di combattere la grave crisi economica internazionale e rinnovare le istituzioni.

Anche la frammentazione politica non è stata ridotta, anzi è cresciuta. Nella Prima Repubblica, con il sistema proporzionale, c’erano sette-otto gruppi parlamentari a Montecitorio; oggi, con la Seconda Repubblica maggioritaria, si sono contati fino ad oltre quaranta partiti con quasi altrettanti gruppi, sottogruppi e microgruppi nelle Camere.

Nonostante grandi sforzi, la ripresa economica ancora non è partita e dei fenomeni di corruzione esplodono a ripetizione. Arrivano anche accuse al Parlamento. Per Laura Boldrini il Parlamento va concepito «come il centro nevralgico della vita democratica del Paese» e va rafforzato perché adesso «il dibattito politico si svolge altrove: sulla stampa, in tv, nei social media».

La presidente della Camera indica una cura: il Parlamento deve rispondere alle domande dell’opinione pubblica
dando «prova di efficienza, di tempestività e capacità decisionale». Riccardo Lombardi, uno dei dirigenti storici del Psi, sosteneva: «La vita mi ha insegnato che anche non raggiungendo gli scopi, ciò che si è fatto non è stato inutile e serve nella ininterrotta fatica del provare e riprovare».

 

*http://lanotapolitica.blog.rainews.it/

 


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