Magri parlava alla sinistra, ma non solo alla sinistra

 

La storia di  Magri  che  ritroviamo in questi due volumi, dove sono ordinati tutti i suoi interventi nella Camera dei deputati è la storia di un intellettuale, di un politico  che fu un vero innovatore 

 

di Famiano Crucianelli

 

Chi ha conosciuto, chi ha ascoltato, chi  ha letto Lucio Magri sa quanto  egli fosse polemico, quasi indignato con quella corrente di pensiero e di scelte politiche che alla fine degli anni ‘80  venne definita come “nuovismo “, e che accompagnò e per molti versi caratterizzò la scelta di scioglimento del Pci . 

Magri  fu contro la svolta che portò alla fine del Partito comunista, e questo non perché a Magri sfuggisse la crisi profonda del movimento comunista internazionale, questione che fu , venti anni prima, una delle  cause fondamentali della rottura fra il Manifesto  e il Partito comunista .

Non era quindi la consapevolezza della crisi che mancava a Magri , in realtà ciò che detestava e considerava un grave errore politico era la liquidazione di una storia umana, intellettuale e politica di quello che era stato un grande partito e la retorica di un nuovo che si presentava senza radici, senza cultura politica e, quindi, senza futuro. Questa polemica forte che Magri ebbe contro il nuovismo,  non deve oscurare quello che, a mio parere,  è il tratto sostanziale del pensiero e dell’attività di Lucio Magri .

 La storia di  Magri  che  ritroviamo in questi due volumi, dove sono ordinati tutti i suoi interventi nella Camera dei deputati è la storia di un intellettuale, di un politico  che fu un vero innovatore e che si preoccupò di parlare alla sinistra, ma non solo alla sinistra.  E non è certo un caso che i suoi interventi erano sempre molto ascoltati da parlamentari  che pure appartenevano a partiti diversi.

Dietro questa grande quantità di interventi non vi è solo la necessità di un leader di un piccolo partito - il Manifesto, il Pdup e infine Rifondazione comunista - che, proprio perché segretario di una piccolo gruppo parlamentare, deve  intervenire su tutto: dalla fiducia sul governo alle questioni più particolari.  Ma vi è stata la scelta di misurarsi con grande competenza su tutti i problemi fondamentali, i luoghi di elezione, gli snodi strategici del sistema sociale, dalla scuola alle dinamiche del mercato del lavoro,  dallo stato sociale alle questioni finanziarie, dall’equo canone al nucleare e  con una particolare attenzione ai grandi temi internazionali, nel tentativo gramsciano di smontare e rimontare le casematte del sistema.  Il pensiero di Gramsci è stato il vero nutrimento  della cultura e della politica di Magri.

 Questi interventi che sono in sé molto densi, molto ricchi, talvolta complessi, hanno  una storia culturale e politica  precedente, quasi una premessa che può essere utile, anche solo brevemente, richiamare.

 Poco più che trentenne  Magri intervenne alla Conferenza  sul capitalismo del Gramsci nel 1962, in quella sede il suo intervento fu contestato da un grande leader storico del Partito comunista,  da Giorgio Amendola , non perché quel discorso di Magri - che poi fu pubblicato come un saggio della rivista  «Tempi Moderni» di Sartre - fosse estremista o radicale, ma perché appariva anomalo e  mutava le categorie di interpretazione e di lettura del capitalismo. E infatti nella formazione di Magri c’erano non solo Marx , Gramsci e gli autori classici della cultura comunista,  ma i nuovi economisti  americani, Galbraith, la scuola di Francoforte, Lukacs  e una solida cultura cattolica che gli proveniva dal suo passato giovanile nella  Democrazia cristiana.

 A Magri che parlava del nuovo consumismo  di massa, della società del benessere e delle nuove contraddizioni sociali, Amendola rispondeva che era un acchiappa farfalle lontano dai bisogni reali  dei lavoratori.

 Le vicende della fine degli anni '60 e i primi anni '70 si incaricarono di dimostrare che quei temi di Magri erano tutt’altro che farfalle, e misero in luce un ritardo culturale  del Pci che si rivelò determinante nelle incomprensioni e negli errori dello stesso Pci di quegli anni.

In tutti i passaggi fondamentali che hanno segnato una svolta di sistema  Magri fu un anticipatore nell’analisi e  un innovatore nella proposta . Nel 1972 con un breve articolo sul Manifesto  dal titolo Breve la vita di Lord Keynes  egli intuì l’inizio di una crisi, che poi definì strutturale e di lunghissimo periodo. Fu proprio Magri ancor prima di Berlinguer a utilizzare il termine “austerità”,  proprio a indicare la necessità di una svolta radicale nei consumi, nell’organizzazione sociale  e nel sistema della produzione. Nell’intervento alla Camera  del 14 Ottobre del 1976, quasi con pignoleria tracciò una  ricostruzione della natura strutturale  della crisi  e vide la necessità di una strategia  che sviluppasse il concetto di austerità, in polemica con la posizione del governo sulla politica economica  che fu da lui definita  come una  «irresponsabile politica neppure  dei due tempi, ma del tamponamento» . Ed è proprio questa visione della realtà che lo portò a rompere, anticipando molto i tempi, uno dei tabù antichi e più consolidati  della sinistra  radicale e riformista, ovvero “il feticcio dello sviluppo  quantitativo“ . E scrisse nei primissimi anni '70 come si fosse ormai  creata una rottura, una contrapposizione fra lo sviluppo e l'ambiente, e quanto fuorviante  fosse l’utilizzo del PIL come misura della ricchezza. Lotta continua titolò in polemica  con questa tesi di Magri il fondo di prima pagina Com’era verde la mia valle per censurare l’abbandono della lotta di classe dell’allora Manifesto

Negli interventi alla Camera nell’ Ottobre del 1977  ritroveremo per intero questi ragionamenti, la polemica non si svolse solo sulla sicurezza delle centrali nucleari, sul destino dell’uranio ma in primo luogo sul modello di sviluppo e di consumo e sulle politiche energetiche alternative.

L’originalità, la capacità della previsione e, insieme, la radicalità della proposta, la si vede anche sulla delicata  questione del debito pubblico e sullo stesso Stato sociale.  Una diversità politica e culturale che si espresse tanto nei confronti del PCI, quanto nei confronti della sinistra radicale. Più volte nei suoi interventi ritorna il concetto che il debito pubblico,  con la sua moltiplicazione parassitaria e clientelare, è come un tumore che prima o poi avrebbe finito per compromettere lo stesso tessuto democratico. Sullo Stato sociale, già ai primi degli anni '70, quando ancora non erano iniziati i festini nelle commissioni Bilancio del Parlamento e quegli accordi trasversali che dettero un colpo decisivo all’equilibrio finanziario dello Stato, denunciò politicamente quel che  James O' Connors aveva definito come «crisi fiscale dello Stato».  Più e più volte  avrebbe ripetuto  che  solo la mobilitazione della società civile, la socializzazione e  sburocratizzazione dello Stato avrebbero permesso di conservare e ampliare prestazioni sociali e diritti acquisiti. Consiglio vivamente di leggere un suo intervento del 1986, si tratta dell’unico intervento che Magri tenne alla Camera in veste di dirigente del PCI e quando aveva la responsabilità in direzione su questi temi. E’ un intervento complesso ma di grande attualità,  l’obiettivo è  una terza via tra un impraticabile statalismo e un inevitabile privatizzazione  di diritti fondamentali dalla Salute alla formazione, dalla previdenza alle leggi che regolano il mercato del lavoro.

Mi sono soffermato su alcuni grandi problemi di contenuto e  di programma, perché per Magri, che per la politica in quanto tale nutriva un interesse esclusivo, i contenuti, il progetto e la politica erano un tutt’uno.  La stessa polemica con il "compromesso storico" non fu di carattere ideologico,  ma ebbe come fondamento un’analisi dalla quale emergeva l' impraticabilità di un' intesa strategica  su riforme fondamentali  con il blocco di interessi e di potere che impastava la Democrazia cristiana.

 Fu forte la polemica con le scelte craxiane degli anni '80, ma ancor prima Magri aveva polemizzato  con il Pci , responsabile di aver sacrificato la ricerca di un progetto comune con il Psi all’accordo con la Democrazia cristiana.

Se dovessi ricostruire attraverso gli interventi raccolti in questi due volumi il punto di vista, l’analisi, le proposte sui diversi capitoli delle questioni economiche, sociali, internazionali e istituzionali, così come sulla Politica  dovrei utilizzare tanto, troppo tempo. Voglio soffermarmi su un’ultima questione che diventò particolarmente acuta nei primi anni '90 e che ancora resta drammaticamente aperta,  mi riferisco alle riforme istituzionali e in particolare alla legge elettorale. Una questione alla  quale Magri prestò una forte attenzione e che fu un fertile terreno comune con l’attuale presidente della Repubblica, l’on. Mattarella.  Così Magri in una discussione complicata, spesso confusa, attraversata da tensioni e interessi tra i più diversi interveniva:  «questa intesa avrebbe potuto essere migliore; ma nel quadro dato, con questi rapporti di forza, con questo pulviscolo di interessi in campo e sotto la pressione di un’opinione pubblica appassionata ma male informata sarebbe stato molto difficile fare di meglio». E polemicamente verso il Partito democratico: «Per questo trovo sorprendente che il Pds , il quale pochi mesi  fa aveva votato l’impianto originario della proposta Mattarella scopra invece che sia un pasticcio con l’obiettivo velleitario di introdurre il doppio turno».

Anche in questa occasione Magri si trovò a combattere su due fronti, quello di una parte consistente del gruppo dirigente di Rifondazione comunista che come una litania riproponeva il proporzionale con una straordinaria rimozione della realtà e quello molto più potente dei sostenitori dell’iper-maggioritario che intendevano cancellare il sistema dei partiti. E la legge elettorale della quale era relatore l’on. Mattarella rappresentava il punto più avanzato, che per un verso accettava il verdetto del Referendum e per un altro teneva aperto con quel 25% di proporzionale la possibilità di ricostruire e ridare un senso generale ai partiti, all’idea di partito e  a un tessuto democratico che vive nel protagonismo e nella partecipazione di soggetti organizzati. 

Ma Magri era ben consapevole della fragilità dei meccanismi della legge elettorale, e più e più volte richiamò il Parlamento alla drammaticità della situazione. In un intervento appassionato del 1993 disse: «qui dentro si vive nella paralisi e nel timore, e, soprattutto, fuori di qui la condanna va ormai oltre gli inquisiti o il vecchio regime e investe sempre più in radice tutti e le istituzioni stesse. Politico, Parlamentare stanno diventando sinonimo di lestofante o, comunque, di abusivo». Per questa drammatica ragione più e più volte fece un  richiamo forte alla Politica e alle possibilità che offriva, se ben interpretata, la nuova legge elettorale . Nella seduta del 28 Luglio disse: «la sola strada percorribile è quella non dell’improvvisa scomparsa dei soggetti politici partitici, ma delle graduali e progressive coalizioni tra gli stessi su piattaforme programmatiche definite.  E su questo punto che va valorizzato l’elemento positivo del compromesso realizzato con la legge elettorale.  E l’Ulivo avrebbe dovuto essere questa cosa» .

Queste affermazioni sono una sorta di testamento, sono del 1993, Magri non volle più candidarsi, Berlusconi vinse nel 1994 e, soprattutto, il centro-sinistra iniziò allora una lunga stagioni di errori proprio sul punto cruciale che Magri aveva indicato, quello di «costruire solide coalizioni programmatiche ». E su questo, anche se non tutte le responsabilità sono uguali, chi non ha responsabilità scagli la prima pietra.

 

Vorrei concludere con un nota personale. Insieme ad Aldo Garcia con il quale ho scritto una delle due introduzioni,  e al quale  una seria malattia ha impedito di partecipare a questo evento, abbiamo avuto una frequentazione quotidiana con Magri negli ultimi due anni della sua vita, una lunghissima discussione che abbiamo condensato nel  libro  Alla ricerca di un altro comunismo. Nel corso di quei due anni cercammo di convincere Magri dell' importanza di un suo contributo politico e intellettuale in una fase così difficile e così pericolosa come quella che avevamo di fronte e che continuiamo ad avere, alla fine ci siamo dovuti arrendere e lui ha scelto di andarsene. Ora leggendo questi interventi debbo dire senza alcuna piaggeria, senza alcuna complicità per essere stato, come lui stesso diceva, uno dei suoi compagni di una vita, che essi rappresentano  una vera e preziosa miniera di idee, di analisi, di proposte. Non è solo un viaggio prezioso nella storia di questi ultimi decenni, e che comunque  è una lezione che è   bene non dimenticare, ma sono interventi che conservano una straordinaria  attualità, sono materiali, strumenti, utensili utili per affrontare questo  nostro complicato e difficile  passaggio  storico e politico.


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